Ars et Labor è partito con il suo progetto di studio su Alessandro Scarlatti dall’oratorio, in quanto in questa forma emerge in tutta la sua imponenza ciò che costituisce la singolarità dello Scarlatti nel panorama dei pur numerosi grandi compositori italiani: il suo genio sinfonico.

L’azione si svolge in un mondo immaginario,  dunque la possibilità di utilizzare il testo in modo puramente musicale, come coadiuvante per l’articolazione, ma non come ciò che dà unità alla musica, viene colta in quanto “tutto in Scarlatti, autentico musicista, si risolve in musica. Tuttavia mai intende staccarsi, autentico drammaturgo, dal dramma.” (L. Bianchi) come occasione di fornire per la prima (e forse l’ultima?) volta quel tipo di Sinfonia alla quale l’ultimo Beethoven con la sua Nona anela: una Sinfonia nella quale la voce umana (individuo dunque) possa sposarsi a quell’assoluto che la musica strumentale realizza (il sinfonico trascendente).

Ogni cosa in ognuno degli oratori finora da noi esaminati, e in ciò comprendo perfino la Passio, si può leggere su di uno sfondo di pura iniziazione all’essenza della musica. La “saldissima base polifonica dell’arte scarlattiana” - la felice definizione è sempre di Lino Bianchi, al quale va il nostro più sentito ringraziamento non soltanto per lo straordinario lavoro di edizione svolto da lui, vero pioniere che ha affrontato difficoltà assai maggiori di quelle che possiamo incontrare al giorno d’oggi, ma anche per il suo illuminante saggio sull’Oratorio di Scarlatti -, fa sì che il dramma si possa svolgere e risolvere tutto interamente con mezzi musicali. Mai un colpo di scena esteriore, mai un abuso di armonia o di frammento melodico per un effetto locale illustrativo, sempre ed in ogni istante è presente l’inizio nella fine, ci troviamo per così dire legati con doppio filo, e il momento culminante spesso è raggiunto in un’introversione (nella Passio addirittura nel silenzio!), che non ha niente da invidiare alla profonda introspezione di J. S. Bach. Esso è realizzato in modo sì organico e si dipana altresì sì organicamente che diventano evidenti le ragioni per cui questo sommo compositore sia così raramente eseguito: richiede una dedizione totale, una tecnica che va ben al di là della pura conoscenza ed erudizione, rimette il musicista nudo a se stesso come lo fanno soltanto l’ultimo Beethoven, Schubert oppure Mozart e Bach. Non c’è momento di esibizione, non si può mai abbandonare l’azione immaginaria, che per i non iniziati funge da filo conduttore, come oggetto esteriore della loro attenzione (– e questo è detto e pensato senza senso di superiorità! –), che per gli iniziati invece è punto di partenza per ritrovarsi in un mondo dove è del tutto assente ogni rimando simbolico o polivalente.

Come scrive sì bene il Bianchi: “Perché il raro momento dell’arte abbia luogo, e in musica più che in ogni altra arte, occorre che interpreti e ascoltanti maturino il dono di quel recepimento. L’arte somma e delicata, potente e nascosta di Alessandro Scarlatti attende quell’ora.”

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