ALESSANDRO SCARLATTI

Passi dalle lettere di A. Scarlatti al principe Ferdinando

contenute nel saggio di M. Fabbri
Alessandro Scarlatti e il principe Ferdinando de’ Medici, Olschki, 1961.

 

 

lettera del 28 luglio 1703.

 

(Scarlatti consegna al principe il terzo atto dell’Arminio composto per il teatro di Pratolino e raccomanda al principe di vigilare:)

 

“[…] la solita puntualità de’ Virtuosi, che devono eseguire in quest’Opera secondo gli accidenti da me notati, ne’ i luoghi opportuni, per il portamento delle Arie secondo l’idea con cui l’ho partorite; mentre dalla puntuale osservanza del tempo e degl’ accidenti segnati dipende  principalmente la perfetta dimostrazione delle medesime.”

 

lettera del 18 luglio 1705

 

(Considerazioni sul “Lucio Manlio l’imperioso”, opera che andò in scena al teatro di Pratolino nel Settembre 1705)

 

“Questa [la penna] obumbrata da nuovo spirito, ha potuto con felicità – rare volte ottenuta – rendermi una tal fecondità, di specie nello vestire questo terz’atto, che quando credevo di maturarne il parto coll’impiego di maggior tempo, l’ho veduto posto in luce con velocità e senza opposizione della fantasia, avvezza in me ad accusarne le idee. L’ho nondimeno posto in giudicio, disappassionatamente, avanti a me stesso, e, ricercatolo con diligente esame sullo stile che ha desiderato l’Autore delle parole […], parmi, se non in tutta l’opera almeno in quest’atto terzo havervi trovato l’adempimento dell’adorata legge impostami.”

[…]

“Io […] mi prendo l’ardire di stendere, in sembianza d’olocausto, un breve ristretto della mia intenzione nel portamento della Musica di quest’Opera […]; benché minutamente e con tutta distinzione ne ho data tutta la norma all’Autor delle parole, dicendo che dove è segnato grave, non intendo malenconico; dove andante, non presto ma arioso; dove allegro non precipitoso; dove allegrissimo, tale che non affanni il Cantante né affoghi le parole; dove andante lento, in forma che escluda il patetico, ma sia un amoroso vago che non perda l’arioso. E in tutte l’arie, nessuna melanconica. Ho avuto sempre la mira, nel comporre l’Opere da teatro, di fare il Primo Atto come un Bambino che cominci a sciogliere, ma debolmente il passo; nel Secondo, un Giovanetto che adulto cammini; de il terzo, che forte e veloce, sia un giovane che ardito imprenda e superi ogni impresa”

 

lettera del 1 maggio 1706

 

"Altezza Reale,

ricevo, con la dovuta venerazione ed obbedienza, gli alti riveriti comandi di V.A.R., co’ quali si degna impormi il dover porre in Musica l’opera intitolata Il Gran Tamerlano, con la missione dell’atto primo della medesima.

V.A.R. sarà prontamente servita, e nel modo che m’onora significarmi, benché con la solita debolezza del mio corto intendimento, ma avvalorata sempre dall’incomparabile, benignissimo compatimento della di Lei grand’Anima che, con tanta cognizione di questa scienza – che è tale l’Arte del componimento musicale, come figlia di Metamatica [sic] – sa indagarne e pietosamente emendarne gli errori, e con darle autorevolmente quel credito che solo dalla di lei alta clemenza m’è stato conceduto per molti anni, continuamente,  per mia singolar fortuna e gloria.

[]

L’adattare alla voce e all’abilità di ciascun attore la Musica, è un modo che deve tenersi per maggior accerto delle medesime [le parti scritte per i cantanti],e, in conseguenza, per contribuire alla buona riuscita del tutto, che ha per fine il gradimento di chi ascolta."

 

lettera del 29 maggio 1706

 

“Altezza Reale

Con l’humiltà del mio profondo ossequio, rimetto a’ piedi di V.A.R. il primo atto del Tamerlano, posto in musica. Io, in attenzione a’ benignissimi e riveriti comandi di V.A.R., ho intessuto la modulazione con circoscritta facilità, havendo fatto un misto di semplici per tal composto, e sono: naturalezza vaghezza ed espressione, insieme, della passione con cui parlano i Personaggi: riflessione circostanza principalissima per muovere e tirar l’animo dell’uditore alla diversità de’ sentimenti che spiegano i varij accidenti dell’intreccio del Dramma. Questo, in verità, è, delle cose che per la Comica ho havute per le mani, se non il migliore, almeno delle più scelte ed infallibili nella buona riuscita, perché ha un forte intreccio, maneggiato con tutta l’arte possibile della Comica, ed in modo tale che è quasi impossibile, al solo leggerlo, non sentirne  i moti delle varie passioni che racchiude. Confesso il mio debole: in alcune cose, mentre stavo adattandovi le note, ho pianto.”

[…]

“V. A. R. troverà spirito nella musica, ed insieme tutt’il facile possibile; niente di malanconico. Ed in quelli luoghi, ove pare che un tal portamento sia indispensabile, non v’è e par che vi sia; onde basta che sia portato l’andamento con buon gusto, senza indebolir l’arioso.

Ho notato, nel principio di ciaschedun’Aria, il tempo con cui deve portarsi; e, a’ luoghi opportuni, i piani e forti degl’Istromenti, che sono unicamente il chiaroscuro che fanno aggradevole qualsivoglia canto e suono.”

 

lettera del 3 luglio 1706

 

 “Altezza Reale

Porto con l’humiltà del mio cuore, a’ piedi di V.A.R. il terz’Atto del Tamerlano posto in musica. Questa debolissima mia Fatiga mi compisce il numero di novanta Opere da teatro fatte insino adesso, ma nessuna ha avuto il pregio di vedervi tutto il mio amore, che solamente quelle, di detto numero, che ho avuto la sorte di porre in musica per l’obbedienza agl’altri venerabili suoi comandi. Con tutto ciò l’armonia delle mie note non e’ mai bastante, per sé stessa, ad apportare un’ombra di diletto, se la forza della Poesia e la virtù degli Attori non glie ne diano la sembianza.”