SOCRATE (VERSIONI DI SIMONE WEIL)


«Non esiste invidia nel coro divino».


«Credi tu come il volgo che ci siano solo pochi adolescenti corrotti dai sofisti? Credi che valga la pena che si parli della corruzione compiuta da alcuni sofisti, semplici privati? Coloro che ne parlano, sono essi stessi i più grandi sofisti; sono loro che danno un'educazione totale, che modellano secondo il loro desiderio uomini e donne, giovani e vecchi. "Quand'è che succede tutto ciò?", dice lui. "Quando", risponde Socrate, "una folla numerosa, riunita in un'assemblea, in un tribunale, in un teatro, in un esercito, o in qualunque altro luogo d'assembramento massiccio, biasima o loda parole o atti con grande tumulto. Essi biasimano o lodano all'eccesso, gridano, battono le mani, e le rocce stesse e il luogo in cui si trovano fanno eco, raddoppiando il fracasso del biasimo e della lode.»

«In tali circostanze quale dev'essere lo stato del cuore di un giovane? Quale educazione individuale potrebbe resistere, non essere sommersa da quei biasimi e da quegli elogi, non andarsene trascinata a caso dai flutti? Egli pronuncerà allora cose belle o vergognose, in conformità al giudizio degli altri; si attaccherà alle stesse cose cui si attaccano loro, diverrà simile a loro.»

«Supponi un animale grosso e forte; colui che ne ha cura impara a conoscere le sue collere e i suoi desideri, come bisogna avvicinarlo, da che parte lo si deve toccare, in quali momenti e per quali motivi diviene irritabile o dolce, quali grida è solito gettare quand'è del tale o tal altro umore, quali parole son suscettibili di calmarlo o di irritarlo. Supponi che, avendo appreso tutto ciò per pratica, con l'aiuto del tempo, egli lo chiami una saggezza; che ne componga un metodo e ne faccia materia di un insegnamento. Egli non sa affatto, in realtà, ciò che tra quelle opinioni e quei desideri è bello o brutto, buono o cattivo, giusto o ingiusto. Applica tutti questi termini in funzione delle opinioni del grosso animale. Ciò che fa piacere all'animale, egli lo chiama buono, ciò che ripugna all'animale lo chiama cattivo, e non ha a questo proposito altro criterio. Egli chiama giuste e belle le cose necessarie, perché è incapace di vedere o di mostrare agli altri fino a qual punto differiscono in realtà l'essenza del necessario e quella del bene.»

«Non sarebbe costui uno strano educatore? Ebbene, tale esattamente è colui che crede di potere considerare come costituenti la saggezza le avversioni e i gusti di una moltitudine riunita di elementi disparati, che si tratti di pittura, di musica o di politica. Ora se qualcuno ha rapporto con una moltitudine e le comunica una poesia o qualsiasi altra opera d'arte o una concezione politica, se prende la moltitudine come maestra, al di fuori del campo delle cose necessarie, una ferrea necessità gli farà fare ciò che la moltitudine approva.»

Repubblica, VI

 «Non pensare che l'educazione sia quello che certuni proclamano. Infatti essi affermano che non essendovi scienza nell'anima essi ve la metteranno, come se stessero per metter la vista in occhi ciechi. Ora, ciò che noi abbiamo detto mostra che la facoltà di apprendere e l'organo di questa facoltà esistono nell'anima di ognuno. Ma essa vi esiste come un occhio che non potrebbe volgersi verso la luce e abbandonare le tenebre se non accompagnato dal corpo tutto e intero. Così, è con l'anima tutta intera che bisogna distogliersi dal divenire (dal temporale) finché essa divenga capace di sopportare la contemplazione della realtà e di ciò che vi è di più luminoso della realtà, cioè del bene. Così, occorre qui un metodo della conversione, che ci renda in possesso della maniera più facile e più efficace di far sì che l'anima si volga. È cosa del tutto diversa da un metodo per mettere la vista nell'anima. Perché essa ha la vista, ma non dirige bene, non guarda dove bisogna, e proprio a questo bisogna arrivare.»

Repubblica, VII

 «È manifesto che, in quanto alla giustizia e alla bellezza, molta gente preferisce le apparenze; e, anche se in esse non vi è la realtà, si occupano di quelle apparenze, le possiedono, le giudicano. Ma, quanto al bene, nessuno si contenta di possederne l'apparenza. Tutti ne cercano la realtà. In questa materia, ognuno disprezza la semplice opinione. È il bene è ciò che ogni anima cerca, il fine per il quale essa agisce, presentendo che è qualche cosa di reale, ma incerta e incapace di afferrare con sufficiente chiarezza che cosa sia; ed essa non può avere su questo punto, come in altre materie, una ferma convinzione.»

Repubblica, VI

 «Vi sono molte cose belle, cose buone e così via. Ma quando parliamo del bello in sé, del bene in sé e così via, noi stabiliamo ciò che ciascuna di quelle cose è, secondo l'idea unica di un'essenza unica. Le cose, noi le vediamo, non le concepiamo. Le idee le concepiamo, non le vediamo. Le cose visibili, le vediamo con la vista. Ma, quando c'è il visibile e la vista, manca qualcosa. Possieda pure l'occhio la vista e tenti di servirsene, possiedano gli oggetti il colore, tuttavia l'occhio non vedrà e i colori non saranno visti se non c'è una terza cosa destinata precisamente alla visione, vale a dire la luce…Il sole non è la vista. Non è l'organo della vista, che noi chiamiamo occhio. Ma di tutti gli organi dei sensi l'occhio è ciò che vi è di più simile al sole.                È il sole che io chiamavo la progenitura del bene, generato dal bene come una cosa analoga a lui. Perché il bene è nel mondo spirituale, per lo spirito e le cose spirituali, quel che il sole è nel mondo visibile per la vista e le cose che si vedono. »

«Quando gli occhi non si volgono verso le cose di cui la luce del giorno illumina i colori, ma verso quelle che hanno come uno splendore notturno, essi sono velati e come ciechi, come se la vista chiara non fosse in loro. Tutte le volte che si volgono verso le cose illuminate dal sole, vedono chiaramente, ed è manifesto che la luce è in loro.»

«Lo stesso accade per l'occhio spirituale dell'anima. Tutte le volte che si posa su una cosa la cui verità e realtà risplende, allora esso concepisce, conosce, ed è manifesto che è spirito. Quando si appoggia su ciò che è misto di tenebre, su ciò che diviene e perisce, non ha che opinioni, è velato, manda le opinioni alla rinfusa e sembra che non sia spirito.»

«Bisogna dire che l'idea del bene è la fonte della verità per le cose conosciute, e per l'essere che conosce la fonte della facoltà di conoscere. Bisogna pensare che essa è l'autrice sia della scienza sia della verità in quanto oggetto di conoscenza. La conoscenza e la verità sono due belle cose, ma per pensare correttamente bisogna considerare l'idea di bene come qualcosa di ancora più bello. Si può a ragione considerare quaggiù la luce e la vista come cose parenti del sole, ma non come il sole stesso. Allo stesso modo si possono considerare a ragione la conoscenza e la verità come cose parenti del bene, ma non come il bene in se stesso. Ciò che costituisce il bene dev'essere onorato ancora di più. »

«Ma bisogna considerare ancora l'immagine del bene. Il sole fornisce alle cose visibili non solo la possibilità di esser viste, ma anche il divenire, la crescita e il nutrimento, benché esso non sia un divenire. Allo stesso modo per le cose conoscibili, non solo il bene fornisce loro la possibilità di essere conosciute, ma da lui vengono la realtà e l'essere, sebbene esso non sia in sé un essere, ma qualcosa che è ancora al di sopra dell'essere per dignità e virtù.»

Repubblica, VI

 «Pensa che gli uomini hanno per dimora una caverna sotterranea che ha un'apertura verso la luce su tutta la sua larghezza. Sono in questa caverna fin dall'infanzia, con le gambe e il collo serrati in catene. Così debbono restare immobili, senza poter guardare che dinanzi a sé, e non possono voltare la testa causa le loro catene. La luce giunge loro da un fuoco che brucia al di sopra di loro, abbastanza lontano, dietro di loro. Tra il fuoco e questi esseri incatenati, al di sopra di loro, c'è una strada lungo la quale è costruita una parete, come la barriera che i presentatori di fenomeni da fiera pongono tra sé e il pubblico e al di sopra della quale esibiscono i loro fenomeni. Vedi ora della gente passare lungo questa parete e portare figure d'ogni genere, sollevandole perché oltrepassino il muro, figure di uomini e di animali in legno e in pietra, ed ogni specie di oggetti fabbricati. Come si fa abitualmente, quelli che le portano ora parlano, ora tacciono.

«È un paragone strano, dice Glauco, e quegli esseri incatenati sono strani. Sono come noi, dice Socrate. E questi esseri, secondo te, potrebbero vedere qualcosa di se stessi e dei loro vicini, se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che hanno di fronte? Come potrebbero vedere altra cosa, dice Glauco, dal momento che una violenza li costringe a tenere la testa immobile? – E così per gli oggetti che si trasportano. E se loro potessero parlare necessariamente crederebbero che, dando nomi alle cose che vedono, nominerebbero cose realmente presenti. E se ci fosse un'eco nel fondo della caverna, quando uno di quelli che passano parlasse, penserebbero che a parlare è l'ombra che passa. In generale, tali esseri crederebbero che non ci sia nulla di reale, se non le ombre degli oggetti fabbricati.

«Esamina dunque ciò che potrebbe essere per loro la liberazione e la guarigione dalle loro catene e dalla loro follia, se si trovassero in tale stato per la loro natura. Quando si slegasse uno di loro, quando lo si costringesse improvvisamente a tenersi in piedi, a girare il collo, a camminare, a guardare dalla parte della luce, ognuna di queste azioni sarebbe per lui un dolore e, abbagliato, si troverebbe incapace di vedere gli oggetti di cui prima vedeva le ombre… che direbbe egli allora se qualcuno venisse a dirgli che prima non vedeva che sciocchezze, che ora è più vicino alla realtà, più rivolto verso la realtà, che guarda in una direzione migliore? Se, mostrandogli ognuno degli oggetti che passano, gli si domandasse che cos'è e lo si costringesse a riprendere? Non saprebbe che dire e penserebbe che ciò che vedeva prima era più vero di quello che gli si mostra ora. E se lo si forzasse a volgersi verso la luce stessa, avrebbe male agli occhi e fuggirebbe e si volgerebbe verso le cose che può vedere e penserebbe che esse sono veramente più chiare di ciò che gli si mostra. E se lo si trascinasse a forza via di là, attraverso le scabrosità della salita e del dirupo, senza lasciarlo finché non fosse arrivato alla luce del sole; per lui sarebbe un supplizio, si rivolterebbe contro chi lo trascina e una volta giunto alla luce avrebbe gli occhi abbacinati dallo splendore e non potrebbe vedere una sola delle cose di cui gli si è detto che sono vere. Avrebbe bisogno di abituarsi prima di potere alzare gli occhi. Dapprima guarderebbe le ombre, e poi le immagini degli uomini e degli altri esseri, più facilmente nell'acqua; più tardi quegli esseri stessi. In seguito proverebbe minor pena a contemplare le cose del cielo, e il cielo stesso la notte, guardando la luce della luna e delle stelle, piuttosto che il sole e la sua luce, in pieno giorno. Ma alla fine, penso, potrebbe vedere a faccia a faccia e contemplare il sole, non la sua immagine nelle acque o in altri luoghi, ma il sole stesso, in se stesso, nel suo proprio luogo, quale è. Poi egli si renderebbe conto che proprio il sole produce le stagioni e gli anni, e regge tutto quel che si trova in questo mondo visibile, ed è in certo modo la causa di tutto ciò che egli vede.»                                                          

Repubblica, VII

 «….Non bisogna permettere ai desideri d'essere insolenti e tentare di appagarli; è questo un male inestinguibile e si conduce una vita da ladri. In tal modo non si può essere amici né di un altro uomo né di Dio; perché a questo modo non si può formare alcuna associazione; e là dove non c'è associazione non c'è amicizia. I saggi affermano, o Callicle, che a tenere insieme il cielo e la terra, gli dèi e gli uomini, sono l'associazione l'amicizia e l'ordine e la temperanza e la giustizia; e per questa ragione essi hanno chiamato quel tutto un ordine, amico mio, non un disordine o un'intemperanza. A quanto mi sembra, tu non applichi la tua attenzione a tutto questo, per quanto tu sia sapiente. Tu non vedi che l'uguaglianza geometrica ha un gran potere presso gli dèi e presso gli uomini. Tu pensi che bisogna avere per sistema di acquistare sempre di più. Questo ti succede perché dimentichi la geometria. »

Gorgia

 «Non può esserci via più bella di questa. Io ne sono sempre stato innamorato, ma spesso essa mi sfugge e mi lascia in abbandono, sì che non so che fare. Non è difficile spiegarla, ma è difficilissimo praticarla. Tutte le invenzioni che si riallacciano a un'arte o a una tecnica, si sono sempre manifestate per suo mezzo.

«È un dono degli dèi agli uomini, a quanto credo; e un Prometeo ha dovuto farla discendere fra gli dèi al tempo stesso che un fuoco fulgidissimo. E gli antichi, migliori di noi e che vivevano più vicino agli dèi, ci hanno trasmesso questa tradizione; cioè che le cose che si dicono eterne procedono dall'uno e dal molteplice e hanno innato in loro il limite e l'illimitato. Poiché queste cose sono così ordinate, noi dobbiamo in ogni ricerca porre ogni volta un'idea. La troveremo, perché è implicita nella ricerca. Se la troviamo, dopo questa unità bisogna esaminare i due rami in cui essa si divide, a meno che non siano tre o più ancora; e ugualmente l'unità di ognuno di questi, finché non si sia visto chiaramente in questa materia il numero che è mediatore tra l'uno e l'indefinito. Allora soltanto bisogna permettere all'unità in ogni materia di perdersi nell'indefinito. Gli dèi ci hanno dato questo metodo per cercare, istruirsi ed insegnare…»

 Filebo

 «L'anima tutta intera è immortale. Quanto alla sua struttura, ecco quel che bisogna dirne. Descriverla interamente sarebbe un'impresa divina e lunga; ma sarà cosa umana e meno considerevole esprimerla come farò. Bisogna paragonarla alle proprietà che appartengono a un carro alato col suo cocchiere. Presso gli dèi tutto è buono e di origine buona, cavalli e cocchiere; tra gli altri, c'è miscuglio. Prima di tutto, il cocchiere in noi regge una coppia di cavalli; e di questi cavalli l'uno è bello e buono, nato da genitori belli e buoni; il contrario per l'altro. Così, necessariamente, la guida della nostra pariglia è difficile. Questa è l'origine dei viventi immortali e mortali. Tutto ciò che è anima ha cura di ciò che è senz'anima e percorre il cielo passando attraverso forme che mutano. L'anima perfetta e alata va attraverso l'etere e governa il mondo intero. Quella che perde le sue ali è trascinata via fino a che non incontri una cosa solida da abitare: essa ha preso un corpo di terra. La proprietà essenziale dell'ala è di portare in alto ciò che è pesante.

«Essa va per l'etere, là dove abita la stirpe degli dèi, ed è tra le cose corporee quella che ha più affinità col divino. Il divino è bello, saggio, buono, e così via. Queste virtù sono in particolare ciò che nutre ed accresce la parte alata dell'anima; il brutto, il male egli altri contrari l'esauriscono e la fanno perire. Zeus, il grande sovrano del cielo, avanza primo, guidando il suo cocchio alato, ordinando e sorvegliando tutte le cose. È seguito dalle schiere degli dèi e dei genî disposte in undici file. Vesta rimane sola nella dimora degli dèi…Diversi sono gli spettacoli di felicità e le evoluzioni all'interno del cielo, ove la razza beata degli dèi si dispiega, e ciascuno compie ciò che gli è proprio. Chiunque vuole e può li segue. Non esiste invidia nel coro divino. Quando vanno al posto, al banchetto, essi ascendono e salgono più alto della volta sopra-celeste. I cocchi degli dèi, bene equilibrati, muniti di solide redini, vi arrivano facilmente, gli altri a fatica. Perché il cavallo che partecipa del vizio è pesante; per il suo peso tende verso la terra, quando il cocchiere non lo ha ben domato. Ciò impone all'anima una pena estrema, un'estrema violenza. Le anime di coloro che si chiamano immortali, giunte al culmine, sbucano fuori e restano sul dorso del cielo e, in piedi, si lasciano portare dalla sua rotazione, mentre guardano ciò che è fuori del cielo».

«Nessun poeta ha mai cantato, né canterà degnamente il mondo che è fuori del cielo. Ecco com'è. Perché bisogna osar parlare secondo il vero, sempre, ma soprattutto quando si parla della verità. La realtà che è realmente, è senza colore, senza forma, e senza che si possa toccare; essa non può essere contemplata che dal signore dell'anima, dalla mente. Essa appunto forma l'oggetto di ciò che costituisce la conoscenza vera, la quale abita anch'essa in quel luogo».

Fedro

(versioni di Simone Weil)

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